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Alla Sapienza di Roma vince il qualunquismo di una minoranza


Una minoranza respinge il Papa. Gli eventi sono ormai noti. Le notizia di ieri pomeriggio è rimbalzata stamani su tutti i quotidiani. Joseph Ratzinger rinuncia alla Lectio Magistralis in programma per domani alla Sapienza di Roma. La vicenda è occasione per molti spunti di riflessione. Da cattolico e da ex studente universitario non nascondo la mia amarezza per la pochezza dimostrata da tutti coloro che si sono così accaniti tanto contro la visita.

All’origine del malcontento, una frase che l’allora cardinale Ratzinger pronunciò, sempre alla Sapienza, il 15 febbraio 1990. Nelle sua parole citava una frase dell’epistemologo anarchico Paul Feyerabend: “La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione”. A queste parole di Feyerabend, il Papa aggiunse però: “Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità”.

I docenti autori della lettera hanno letto e compreso solo una parte di quel discorso. Mancando, sicuramente, a meno di ipotetiche strumentalizzazioni, di onestà intellettuale. “La fede non cresce dal risentimento e dal rifiuto della razionalità”. Il dialogo tra fede e ragione è uno dei temi principali del Pontificato dell’attuale successore di Pietro. Da docente universitario quale è stato e quale è, Benedetto XVI non manca sicuramente degli argomenti e della dialettica necessaria a sostenere un dialogo con il mondo contemporaneo, universo accademico compreso.

Hanno dimostrato invece il contrario prima i professori e poi gli studenti che si sono opposti alla sua visita di domani. Chiudere le porte al dialogo non è mai sintomo di un ottimo stato di salute. In genere, tutte le correnti culturali che finiscono in ‘ismo’, fideismo compreso, non hanno mai dimostrato sufficiente intelligenza per il dialogo ed il confronto. Simile impostazione tradisce alla radice la missione di un’istituzione quale l’Università, luogo di scambio, di crescita e di maturazione per antonomasia.

Gli studenti occupanti la sala del Senato Accademico della Sapienza ieri hanno esultato. All’Ansa diffusa ieri pomeriggio recante la decisione del Vaticano di annullare la visita, hanno scandito “fuori il Papa dall’Università”. Su quella sala immagino sia sceso da ieri una strano silenzio. Quello della ragione. Quello della sapienza di cui tali studenti si fanno strenui difensori.

Nel silenzio, una maggioranza operosa stava preparando da tempo questo incontro. Erano i tanti studenti cattolici che aspettavano Benedetto XVI per trarre dalle sue parole conforto e coraggio per il loro cammino di laici impegnati nel mondo.

La prepotenza ha purtroppo avuto la meglio. Al Magnifico Rettore della Sapienza chiederei di prendere in considerazione due cose. L’opportunità di uno scioglimento, almeno temporaneo, dei collettivi studenteschi che hanno eretto le barricate nei confronti non solo della visita del Papa, ma nei confronti di quella stessa cultura a cui essi stessi tanto echeggiano. Sto leggendo gli ‘Esercizi Spirituali’ di Sant’Ignazio, a volte la severità per quanto impopolare è strumento opportuno per educare alla crescita e alla riflessione. Chiederei poi la consapevolezza che l’onestà intellettuale dei propri docenti è un prezioso dono da custodire e da coltivare con tutte le cure possibili. Suggerirei inoltre di riflettere sul nome che si à dato il più grande Ateneo romano e sulle aspettative che tale denominazione può generare non solo nei suoi frequentanti, ma anche nel paese.

Nel rumore generale creato da questa misera vicenda, siamo convinti che la ricerca della verità è un servizio nobile e silenzioso. Sul treno che stamani mi ha portato a Firenze ho notato tanti volti feriti. Ho cercato di capire cosa stessero leggendo sul giornale. Molti hanno aperto il quotidiano a metà, saltando la prime pagine, quelle in cui si è commentata in tutte le salse questa vicenda. Un atteggiamento di rifiuto. Il segno della consapevolezza di un paese che scopre quotidianamente quante sono le sue ferite. Ieri sera un ragazzo mi raccontava di voler emigrare, lasciando l’Italia per lidi più felici. Non era un commento alla vicenda, semmai un preambolo.

Nel rumore generale creato di questa misera vicenda una speranza accompagna tutti coloro che faticosamente sono alla ricerca della verità nella loro vita e nella loro professione. E’ una frase semplice ma immediata allo stesso tempo. Sufficientemente descrittiva, ma allo stesso tempo silenziosamente enigmatica. Perché in fondo fa sempre più rumore un albero che cade rispetto ad una foresta che cresce.

16 / 01 / 2008



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