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Elezioni politiche 2008. L’Italia di una campagna elettorale non sparata


La campagna elettorale che ha portato alle elezioni di oggi è stata tutto sommato sottotono. La sensazione diffusa è che sia stata condotta senza essere ‘sparata’. Pur nella sua lunghezza, quasi due mesi, non sembra aver lasciato negli elettori, principali destinatari di tutte le iniziative ad essa correlate, alcuna sensazione di toni forti. Non che ne avessimo bisogno, ma alla fin fine il risultato è stato quello di non far percepire quale fosse il mordente.

Le ragioni di questa sorta di atterraggio morbido sono molteplici. Sicuramente incide il disincanto per una politica che in Italia si strascina da quasi trent’anni alla stessa maniera. Non è una questione di facce o di etichette politiche. Un parziale rinnovo in questo senso negli ultimi quindici anni c’è stato. Abbiamo vissuto la stagione dei referendum del 1993, di Forza Italia, dell’Ulivo e adesso del Partito Democratico. Il Pdl può essere considerato nuovo solo in parte. Da semplice cartello di alleanza elettorale, c’è da vedere quale forma prenderà nei prossimi mesi.

Il fatto che maggiormente incide sul fronte dell’astensione è quella sensazione troppe volte sentita di un paese che fa fatica a superare alcuni suoi vizi capitali. Si chiamino frazionamento, particolarismi, lotte di potere clandestino, lottizzazioni o come altro dir si voglia, siamo sempre lì. Siamo sempre al punto in cui ci eravamo lasciati qualche decennio di anni fa, con l’economia al palo, l’inflazione ed il carovita al galoppo e il sistema formativo che langue steso da una parte.

Ieri alcuni commentavano che la vera novità di questa campagna elettorale è che, vada come vada, dalle urne usciranno due schieramenti fortemente rappresentativi del popolo italiano. Una sterzata decisa verso un sistema maggioritario, in cui il governo è frutto delle decisioni di una maggioranza e di una opposizione in forte contrapposizione dialettica tra loro. Questo almeno secondo i migliori auspici teorici. Tra la dialettica inventata a tavolino e la realtà della vita politica di un paese in perenne transizione ce ne corre però. Questa forte tendenza maggioritaria potrebbe essere indebolita e non poco nel caso di maggioranze rosicchiate al Senato.

C’è poi un mito sempre vivo. Quello del ‘nuovo’. In quanto nuovo fa paura ed attira allo stesso tempo. Ma dietro questo questa parola si nasconde una tentazione sottile ed impercettibile. Rincorrere le dinamiche ben note del mercato dei prodotti, un contesto in cui novità significa strategia. Questa è una tentazione che si addice solo in parte all’asse della politica. Il governo del popolo per sua natura è fatto di idee e di progetti. Di soluzioni a lunga scadenza, i cui effetti saranno visibili soli tra almeno un paio di anni. Non conta tanto che siano i partiti a rinnovarsi, quanto le idee e le menti di coloro che li animano. I simboli vengono di conseguenza.

L’Italia in questo momento ha bisogno di un forte carico di assunzione di responsabilità non solo da parte di chi vincerà queste elezioni, ma anche dell’opposizione e delle opposizioni che si formeranno. Ha bisogno di una nuova dialettica di potere fatta di misure anche severe che abbiano un orizzonte almeno quinquennale. Ha bisogno di decisioni importanti che possano stare in piedi una volta prese nonostante eventuali alternanze di schieramento. Ha bisogno di passione e di gente di passione che ci creda giorno per giorno nella strada che c’è ancora da fare. Domani in nottata sapremo come è andata. Il governo che verrà sarà un governo nazionale a cui ciascuno di noi dovrà provare a dare fiducia, ben sapendo che la strada da fare è veramente ancora lunga.

13 / 04 / 2008



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