La storia di ‘Invictus’ e quella della riforma sanitaria Obama. Il coraggio delle scelte importanti

Sono stato ieri sera a vedere ‘Invictus’ al cinema e stamani nemmeno a farlo apposta i giornali hanno battuto a tutta pagina la notizia di una riforma storica per gli USA. Obama dopo almeno tre mesi di vero e proprio calvario è riuscito a far passare la sua riforma sanitaria, quella che dovrebbe mettere in grado milioni di americani di avere l’assistenza sanitaria garantita dallo Stato. Un passaggio sicuramente importante e decisivo per l’amministrazione Barack. Molti commentatori vedono in questa riforma già in cappio al collo per il neoeletto presidente che dovrebbe prendere forma con le elezioni di medio termine in cui si danno già per vincenti i repubblicani.
In Italia non abbiamo esattamente la percezione di cosa significhi la privatizzazione completa del sistema sanitario. Lo dice uno che ha passato diverso tempo tra le stanze di ospedale per un brutto incidente avuto anni fa. Probabilmente, fossi stato un americano, non so se avrei avuto la fortuna di scriverne. Nello stesso tempo in Italia ormai da tempo siamo abituati a politiche di piccolo cabotaggio in cui non è tanto il bene della nazione a stare al centro dei ragionamenti politici, quanto il tornaconto politico in primis, se non quello economico. Decisioni che fanno storia non sono certo il pane quotidiano del nostro sistema di rappresentanza politica.
Obama insomma ha rischiato tutto. Molti mettono addirittura in dubbio che alla scadenza di questo suo primo mandato possa essercene un altro. Si è messo contro l’impero del ‘Big Pharma’ e tutto il sistema degli operatori sanitari statunitensi. Un sistema che numericamente ed in termini di peso economico conta molto. Davvero molto. Viene quasi immediato il paragone con quanto sta succedendo in Italia. La politica è prigioniera di una serie di schemi che sono gli stessi ormai da 15 anni. Buoni e cattivi. Democratici ed anti-democratici. Statalisti ed anti-statalisti. Uno schema che non ci ha portato certo lontano. Una eterna contrapposizione da cui derivano tutte le vicende politiche ed istituzionali degli ultimi anni. Il rischio è quello dell’immobilismo e dello svilimento della politica a fenomeno di costume o, come vediamo tutti i giorni, a continuo campo di battaglia.
Mi torna a mente quanto ho sentito recentemente dire da un professore mio amico sulla necessità di introdurre un ‘vincolo’ all’interno di certi processi decisionali. La necessità di scelte forti si sostanzia nel fatto di porre alcuni paletti attorno a cui andare a costruire le politiche future. Di fare scelte coraggiose che consentano di tracciare una linea ed una direzione ben precisa. Non necessariamente macrocategorie di scelte, ma scelte precise e coraggiose in grado di portarsi dietro un vero processo di rinnovamento. In Italia su questo siamo fermi da almeno un paio di decenni, quando, invece, di decisioni del genere ce ne sarebbe un immenso bisogno. Trovarne di politici in grado di ricoprire posizioni di rilievo che sappiano lavorare per il bene comune tralasciando davvero le proprie prospettive di carriera e di successo!
Torno allora al film di ieri sera. La storia è quella di un uomo che individua nel successo della nazionale di rugby sudafricana uno strumento per consentire al proprio paese di risollevare la testa. La vittoria al campionato mondiale diventa allora un segno da dare ad un paese sfiduciato. Diventa un gesto spettacolare non solo cinematograficamente parlando. E’ sicuramente un vincolo, cioè un evento in grado di dividere in due il prima dal dopo. Come lo è la riforma sanitaria firmata Barack Obama. Come lo sarebbero le riforme istituzionali che oggi il nostro premier dice di voler fare, anche senza l’opposizione, tanto i numeri ci sono. I numeri si, signor Presidente, ma abbiamo l’impressione che di questo passo non serviranno mai ad introdurre quei vincoli di cui il nostro paese avrebbe veramente tanto bisogno.
22 / 03 / 2010
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