L’Italia che esce dalla urne delle elezioni regionali
Migliore o peggiore? Come sarà l’Italia uscita dalle urne di domenica e lunedì? La sensazione è di stare attraversando uno dei momenti più bassi dal punto di vista politico della nostra storia repubblicana. Sensazione sostanziata da un’altissima percentuale di non votanti e da una altrettanto notevole distrazione generale nei confronti del voto. Anche i commenti ai risultati del voto sembrano già avere il fiato corto. E le regole del pallottoliere non sono mai le stesse per i vari schieramenti in gioco.
Colpisce nuovamente il pressapochismo con cui tali voti sono stati contati al fine di valutare vincitori e vinti di questa nuova tornata elettorale. Candidamente il PD afferma che devono essere contati a loro favore anche i voti dati alla lista a sostegno del candidato Presidente. Credo che fare in questa maniera sia alquanto opportunistico. Sono uno di quelli che ha dato la preferenza ad Enrico Rossi senza esprimere nessun voto a livello di liste che lo sostenevano.
Non penso proprio che il mio voto possa essere contato tra quelli arrivati al PD? Chi glielo vuole raccontare ai maggiorenti del partito, vedi Bersani, che non li autorizzo ad effettuare automaticamente questo tipo di computo? Insomma quel 29% di cui si faceva forte la segreteria del PD fino a stamani penso sia almeno in parte da rivedere. Come d’altronde è da rivedere questo continuo ricorso alla ‘politica dei numeri’, tendenza fisiologica nel gioco democratico accentuata enormemente dallo stile populistica e plebiscitario inaugurato nel 1994 da Silvio Berlusconi.
Finché l’opposizione continuerà a giocare in un campo che non è il suo credo che andrà sempre poco lontano. Numeri e qualità non sempre vanno di pari passo. Allora migliore o peggiore? Esce dalle urne un’Italia ancora fortemente dalla parte del PDL ed almeno al nord convintamente leghista e federalista. L’estremismo del Carroccio si salda con quello giustizialista dell’Italia dei Valori. Registra sostanzialmente una stati la parte moderata dell’asse politico incarnata dall’UDC. Le regioni appenniniche restano a sinistra, in qualche caso sotto ostaggio di Di Pietro.
Migliore o peggiore? Difficile dirlo. Un mutamento sicuramente è in corso anche all’interno delle stessa maggioranza di governo. La bandiera delle riforme non si può sventolare a proprio piacimento come dimostrazione di potere e di forza. Servono riforme forti e condivise. E servono soprattutto riforme al servizio del paese. Servirebbe anche un’opposizione che non stesse veramente più a guardare.
30 / 03 / 2010
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