Ricostruire in Abruzzo. Un percorso possibile tra Economia di Comunione e processi partecipativi 
Parole sull’Abruzzo e sulla tragedia del terremoto ne sono state dette molte. Scemata l’onda dell’evento solitamente stampa e giornali passano velocemente ad altro, lasciando molto spesso un vuoto colpevole nei confronti di situazioni che richiedono una mobilitazione costante delle coscienze. Finita la cronaca del dramma, resta il difficile lavoro della ricostruzione e della ripresa delle attività. In un’economia spezzata completamente in due dal sisma avanzare proposte di riflessione è momentaneamente uno dei maggiori contributi che la società civile possa offrire al mondo istituzionale e politico.
Ieri Marco Panara ha elegantemente descritto dalle pagine di ‘Affari e Finanza’ la situazione economica e di mercato delle zone terremotate. A livello di ‘offerta’ sembrano già pronte alcune soluzioni che potranno mettere in grado i commercianti e gli imprenditori locali di riprendere un sano ciclo di vendite. Resta un enorme punto interrogativo invece a livello di ‘domanda’. Con migliaia di sfollati chi potrà sostenere l’offerta di beni e servizi che le aziende e gli esercizi commerciali locali si apprestano a ripristinare? Altra questione aperta è la sorte dell’Università de l’Aquila. Conta 27.000 iscritti, con circa 13.000 ragazzi provenienti da tutta Italia. Praticamente una città nella città. Come garantire la prosecuzione dei corsi, il regolare svolgimento degli esami e tutta l’attività di ricerca? E poi come evitare il prossimo settembre una inutile emorragia di immatricolazioni?
Queste le questioni sul tavolo. I punti su cui agire sono sufficientemente chiari e dettagliati. Resta da capire ancora il ‘come’. Una buona pratica su cui aprire un primo spazio di riflessione è quella che Chiara Lubich chiamava ‘Economia di Comunione nella Libertà’. Le circa 300 imprese italiane aderenti al programma della economia di comunione decidono di ripartire gli utili secondo questo schema: un terzo degli utili viene reinvestito nel miglioramento dell’azienda, un terzo viene dato per sviluppare nuovi strumenti a supporto del programma di economia di comunione ed il restante terzo va ai poveri. Questo schema opportunamente riformulato potrebbe essere una buona soluzione per favorire la ricostruzione in Abruzzo.
Fa da cappello introduttivo a questo modo di operare ovviamente un forte vincolo di solidarietà tra tutti coloro che sono coinvolti nel dramma. Resta inoltre sul piatto il problema di come poter ricreare una domanda tale da assorbire l’offerta di beni e servizi portati sul mercato. Comincerei da qui, provando ad immaginare la creazione di percorsi che consentano a tutti i cittadini momentaneamente fuori sede di poter continuare ad acquistare dai loro ‘rivenditori di fiducia’. Personalizzare la distribuzione insomma, andandoli a raggiungere dove sono. Sarà da considerare una eventuale contingentazione dei prezzi almeno per il presente momento di difficoltà.
Dal lato dell’Economia di Comunione invece il discorso da fare è di tipo diverso, andando ad incidere sulla modalità di distribuzione degli utili delle aziende che potrebbero decidere di aderire anche solo per un periodo di tempo a questa nuovo modo gestire il profitto. Credo che nella contingenza del momento sia possibile rivedere quanto suggerito da Chiara Lubich in questi termini: un terzo degli utili resta alle aziende per investimenti interni, un altro terzo viene devoluto alle aziende più svantaggiate, il restante terzo viene reinvestito nelle spese di ricostruzione. Seguendo queste linee c’è probabilmente uno spazio di manovra sufficientemente ampio per tentare di rimettere in carreggiata l’economia delle zone colpite dal terremoto.
Valgono più o meno le stesse considerazioni lato Università. Potranno essere predisposte aule e strutture al fine di garantire la continuità dell’attività didattica. Misure del genere potrebbero non essere sufficienti ad arginare eventuali fughe di studenti verso altri atenei. La parte didattica e di ricerca potrebbe allora essere momentaneamente trasferita presso alcuni atenei vicini disponibili all’ospitalità, garantendo così agli iscritti ed ai nuovi immatricolati una continuità rispetto alla tradizione dell’Università de L’Aquila. L’ateneo potrebbe poi approfittare di questo momento per sviluppare alcuni percorsi di formazione per far crescere quelle competenze necessarie alla ricostruzione. Non solo ingegneria ed architettura, design economia e scienze politiche, ma anche tutta quella parte di competenze legate alla gestione partecipata della ricostruzione stessa.
Dalla scuola dell’ascolto attivo e delle gestione dei conflitti, pratiche ampiamente utilizzate nella gestione partecipata di processi decisionali, possono derivare molte indicazioni necessarie per dare ai nuovi centri abitati che si ricostruiranno un volto quanto più umano possibile. Dalle ferite materiali che saranno ancora a lungo ben visibili potrà trarsi spunto per fare esercizio di buone pratiche amministrative, puntando anche ad una rivitalizzazione dell’intero tessuto economico locale. Metodologie per coinvolgere direttamente i cittadini nelle opere di ricostruzione potranno essere positivamente utilizzate anche per il ripristino proficuo del patrimonio artistico e culturale di quelle zone. La conoscenza, anche intesa come memoria storica, è sempre più patrimonio diffuso di cui può essere fatta sana economia solo coinvolgendo gli abitanti stessi di un territorio nelle sua materiale rinascita. Al fine di rendere questo percorso costantemente disponibile per quei territori è possibile formare anche a livello universitario persone in grado di integrare nel loro bagaglio di conoscenze tutta una serie di discipline utili ad una buona e rapida ricostruzione.
21 / 04 / 2009
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