Tra Sanremo e la musica indipendente. Riflessioni alla vigilia del Festival della canzone italiana 
Difficile definire il mondo della musica indipendente. Attualmente lo sto frequentando sia da protagonista che da osservatore. E ne capisco sempre meno, sia in termini di modelli di business, sia in termini di promozione di nuove leve per il mondo della cultura e dello spettacolo. Faccio queste osservazioni dopo aver finito di scorrere una mailing list a cui mi sono iscritto dalla quale sto ricevendo anche alcuni cd demo degli artisti promossi. Le faccio anche a pochi giorni dall’inizio del più grande appuntamento nazionalpopolare esistente in Italia. Periodicamente infatti il Festival di Sanremo con la sua forza di impatto mediatico pone al centro del dibattito il tema delle sorti della musica italiana.
Abito a Livorno, una città dove un abitante su due suona, canta, compone o dirige un coro. Un patrimonio culturale diffuso che non sarebbe assolutamente da trascurare. E non parlo né per interesse personale, né per puro campanilismo. Né sono mai andato a cercare con la mia musica una riserva naturale all’interno della quale costruire una nicchia di senso e di popolarità. Anzi, ho sempre voluto suonare quanto più pop possibile per non correre il rischio di risultare né troppo naif, né estremamente ricercato. Non che altri musicisti di genere lo siano. Io lo sarei stato.
Mi ha sempre colpito lo sforzo enorme che deve essere fatto per fare uscire la propria musica dalla quattro mura all’interno delle quali solitamente essa nasce. Lezioni, prove, serate. Ancora altre lezioni, altre prove ed altre serate. Energie anche economiche ovviamente. Adesso poi la rete web chiede di essere lì presenti, costituendo una indubbia opportunità di promozione. A Livorno, ma credo valga per ogni città italiana, non esiste fondo parrocchiale o cantina che non abbia ospitato almeno una volta qualche gruppo a suonare. Il paradigma insomma continua ad essere quello della batteria fatta di un Dixan girato al contrario e di tanta passione per andare avanti.
Bazzico quando posso su MySpace e credo di avere una visione privilegiata su tante parti del mondo in cui succede esattamente lo stesso. Magari con qualche piccola differenza. Specialmente per quei paesi in cui è più facile che la musica si acquisti con un click del mouse. Un sistema che indubbiamente ha già cambiato il modello di business dell’industria discografica. Adesso niente vieta di dover produrre un album od anche un solo singolo per poter esistere nell’olimpo della discografia dominato dalle major che hanno budget milionari per la produzione di un lavoro, contro le poche migliaia che possono mettere sul tavolo le etichette indipendenti per fare uscire un emergente.
Non sono certo del gruppo di coloro che pensano che qualità e budget vadano necessariamente di pari passo. Ma che la qualità debba essere premiata sì. Non necessariamente con la stessa moneta delle produzioni stratosferiche, ma con un sistema che consenta a chi vuole produrre di potersi se non altro ripagare delle spese. Anche perché tutta la musica fa bene, non solo quella straconosciuta che passa a tamburo battente per radio, ma anche quella nascosta che esce timidamente da MySpace o dai fondo delle cantine. Privilegiando la qualità ovviamente, ed incentivando quanti vogliono produrla a farlo, perché il patrimonio culturale di un grande paese è fatto anche di questo.
02 / 02 / 2010
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