Venezia Lab. I silenzi della geografia del possibile

Un film fatto si parole. Un fiume fatto di segni normalmente distinguibili in quanto comunemente codificati. Tutte le parole possibili. Da dietro la videocamera non si potevano riprendere. Le parole non si possono riprendere. Non si inquadrano. Non si mettono a fuoco, ma nemmeno si possono sfuocare. Sono pietre le parole.
Girare l’esistenza. Riprendere attraverso tutte le parole non dette la vita. Non si possono riprendere le parole dette, figuriamoci quelle non dette. Sono fatte di sgranature i silenzi. Di quelli non si poteva parlare. Quelli raccolgono veramente tutta l’esistenza. Se ne può cercare la sembianza. Se ne può trovare la trasparenza.
La videocamera cominciò a girare inquadrando il mare. Le orme del sole sulla pelle di cristallo portavano lontano. Dietro la linea dell’orizzonte ci sarebbe stato altro mare. Anche quello non si poteva riprendere. Si poteva ‘a-mare’. Se ne poteva cercare l’essenza estrapolandone il significato da un qualsiasi bacino di ricordi. Dalle mani del Mediterraneo uscì la storia di un ragazzo. Aveva sedici anni ed un fucile in mano. Girava dietro gli angoli sdruciti delle casa in una Tirana ingarbugliata in un continuo presente passato. Girava in una città che ancora non si voleva decidere a vivere.
(Autore foto: Flickr tiranalake_evrenSahin)