Venezia Lab. I soli della 'geografia del possibile'

Le riprese tutte quelle immagine. Nella loro infinita estensione avevano un senso. Erano l’esatto contrario di quanto i suoi occhi potessero vedere giorno per giorno. Erano nello stesso tempo volere e desiderio . Stette ancora un po’ a guardarle dentro l’obbiettivo della videocamera. Le immaginò mescolate ad altre immagini di luoghi in cui non sarebbe mai potuto andare. E poi c’era quel fucile.
Dopo le immagini del mondo che avrebbe voluto, c’era quel fucile. E non era solo uno, erano tanti. Erano tanti coloro che si sarebbero voluti mettere in fila per un futuro migliore. Erano tanti e si sarebbero potuti nominare con quelle vocali fatte suonare come un’invocazione universale. Ae ae ae ae ae ae pacepacepacepacepace, un suono lungo ininterrotto, forte, voluto e potuto, anche senza una precisa punteggiatura.
Queste cose non potevano essere riprese. Erano moti interiori. Erano strade, vicoli e stelle. Erano cuori accesi all’aperto, a fare un po’ di luce, proprio là dove stava cominciando il futuro. Queste cose non potevano essere riprese. Erano cuori, voli e sentieri, strade strette, tanto strette da non lasciar passare nemmeno un raggio di sole a volte. Già il sole.
Quando il pulviscolo dei fucili, delle canne e dei cannoni azzera qualsiasi sentimento di cielo il sole non c’è. Viene buttata là, in fondo ad un viale, ad un qualsiasi viale fatto di cenere. La videocamera zoommava per riprendere alcuni contorni ancora poco nitidi. Alcuni contorni ancora lasciati spogli dalla braccia del sole. Lui correva dietro quelle immagini per cercarne la vera tessitura. Correva e mentre le gambe cominciarono a fare a gara con il vento si sentì libero pur in mezzo al grigio di quella strada. Aveva trovato il sole. Lo illuminò con tutta la forza che poteva. Aveva scoperto che il sole abitava proprio dentro di sé.