Venezia Lab. I termini della 'geografia del possibile'

- Aveva sedici anni ed un fucile in mano. Girava dietro gli angoli sdruciti delle case in una Tirana ingarbugliata in un continuo presente passato. Girava in una città che ancora non si voleva decidere a vivere. Girava la città. La riprendeva con la sua videocamera. In una mano il fucile, nell’altra la musa digitale. Ne cercava la sua intima bellezza. Filmare era il modo per ricercare. Era il modo per capire che senso potessero continuare ad avere certe parole.
Le elencò come tag in uno di quei tanti siti di social networking in cui le persone si incontrano per ‘campi di interesse’. Cercava ‘pace’, ‘umanità’, ‘sviluppo’. Peace, humanity, environment. Cercava il senso profondo di quelle parole. Lo stava cercando negli occhi degli altri virtuali messi dietro lo schermo del Pc.
La sua videocamera continuava a riprendere. Riprendeva tutto. Era la ricerca di un essere. Sapeva che il senso di una parola va oltre la semplice glottografia. Quella registra i suoni. Lui voleva i significati, voleva raggiungere nella sua ricerca si senso la semiografia, dando casa con le sue immagini ai significati. Girando in rete aveva trovato alcune informazioni. C’era un certo Marc Davis che aveva scritto un articolo su ‘Garage Cinema and the Future of Media Technology’. Aveva una strana teoria. Parlava di estensioni di significato. Il cinema consentirebbe di estendere il significato delle parole. In un processo definito di ‘computizzazione’, le parole si sarebbero allungate oltre la loro essenza letterale per assumere nuovi significati linkando immagini, suoni, essenze.